Memorie di binge eating

Memorie di binge eating

Memorie di binge eating

Questo che state per leggere è un estratto del mio diario sul binge eating.

25 aprile. Rifletto. I partigiani avevano gli occhi infuocati di chi combatte per un ideale.
Oggi nei paesi più ricchi disponiamo di ogni comodità, abbiamo accesso a una gran quantità di informazioni in qualsiasi momento. La maggior parte di noi può decidere come trascorrere il tempo libero, chi glielo impedisce?
Eppure cresce il malessere.


Non sono riuscita a dormire. Continuavo a pensare “dai, prendo il cellulare e provo a vedere se su facebook c’è qualche novità. Magari qualcuno ha scritto qualcosa che potrebbe interessarmi. Davanti al mio letto c’è lo specchio e per un secondo guardo la mia immagine riflessa. “Che schifo. Ho un aspetto che fa schifo”. Si fa strada un leggero buco allo stomaco, ma io lo ignoro, perché so di aver cenato regolarmente, non posso aver fame seriamente, non è umano! Allora riprendo il telefono e comincio ad ascoltare con interesse degli audio di crescita personale. Sono molto interessanti e catturano per un po’ la mia attenzione.


Tic tac tic tac. Sono ancora le 23:11 e non ho sonno. Come farò a trascorrere un’altra mezz’ora o un’altra ora senza abbuffarmi?
In fondo che male c’è ad abbuffarsi. Potrei riempire il vuoto del mio stomaco, potrei sentirmi piena, essere felice. Del resto, il mio corpo sta soffrendo in questo stato. Ma io resisto. Prendo in mano il mio quaderno e inizio ad annotare qualche frase di riflessione che ho in testa. Lo richiudo. Prendo in mano il telefono e torno su facebook. 23:24: niente di nuovo. Mamma mia, è insopportabile questa sensazione di vuoto.
Non c’è nessuno là fuori per me. Mi liquiderebbero con un “dai, cerca di essere ottimista!” o un “dai, rilassati e cerca di dormire…Conta le pecore!”, ma io non posso smettere di sentirmi così.


Tic tac tic tac.


23:37 e decido di alzarmi. Vado in cucina e prendo nervosamente una fetta di pane e la cioccolata spalmabile. Spalmo la cioccolata velocemente, senza cura. Non mi rendo neanche conto di cosa sto facendo.


23:47 e ho perso il conto di ciò che ho divorato. Pane, cioccolata, biscotti alla marmellata, una fetta di torta, poi pane e maionese e poi di nuovo pane e cioccolata.


Finalmente mi sento piena, sfinita, posso ributtarmi nel letto, coprirmi, continuare a leggere sul cellulare fino a quando, finalmente, dopo che i miei occhi si saranno fatti rossi per lo stress a cui li ho sottoposti, dopo che avrò avvertito la pesantezza della mia pancia che sicuramente si sarebbe meritata di meglio, posso abbandonarmi all’incoscienza e sentire spegnersi il pulsante dell’insoddisfazione.

Questo è ciò che ho provato spesso per anni. Si era creato un circolo di amore-odio verso i dolciumi e i cibi molto salati e grassi. Cercavo rigidamente di mangiare bene, di sentirmi leggera, ma in qualche modo la confusione mentale, l’impazienza, il rifiuto delle emozioni scomode mi facevano tornare quella sensazione di fame che non mi lasciava in pace.

Ortoressia e binge eating: due facce della stessa medaglia


La mia passione per l’alimentazione naturale era nata da tempo. Mi piaceva intrattenermi a leggere informazioni sulle proprietà degli alimenti che secondo me facevano bene, oltre che sulle caratteristiche negative degli alimenti sconsigliati – perché troppo grassi o troppo zuccherati. Su internet e in biblioteca potevo trovare ogni genere di informazione e addirittura in qualche libro si poteva leggere di come alcune persone fossero guarite da malattie gravi grazie all’alimentazione.


Durante i periodi più stancanti, in cui tendevo a soffrire di gonfiore, stitichezza alternata a diarrea, davo la colpa interamente alla mia alimentazione: non ero abbastanza brava e costante nel mangiare in modo sano. E così iniziavo dei periodi di “depurazione”, seguiti poi da periodi di stress e di alimentazione incontrollata. Tutto questo non faceva che stressare anche la mia pancia stessa, peggiorando i sintomi.

Questo non vuol dire che la passione per l’alimentazione naturale, per le verdure e per la frutta siano sbagliate, anzi. Ma da un eccesso si arriva spesso al suo opposto. La rigidità apre le porte al malessere, che a sua volta ci spinge a infrangere le regole che noi stessi ci siamo imposti.

Se ne può uscire?


Contrariamente a ciò che pensavo, sì che possiamo uscirne. Tuttavia il percorso è fatto di valli e monti, di salite e discese, di alti e bassi. Ci sono giorni in cui lo stress è alle stelle e mi viene proprio spontaneo aprire la credenza e mangiare senza pensare, senza consapevolezza. Ho imparato a darmi il permesso di farlo, senza sensi di colpa e, incredibilmente, questo ha davvero ridotto il numero di volte in cui perdo il controllo.

La fame senza controllo è li per un motivo (o più di uno)

I motivi vanno scoperti di volta in volta, ascoltandosi. Non c’è una formula magica che ci permette di scoprire cosa si nasconda nella sensazione di vuoto che colmiamo col cibo. Si può trattare di tanti motivi, magari tra loro concatenati.
Ad esempio, a me accadeva spesso (e ora mi accade solo talvolta) di sentirmi sfinita dopo l’intera giornata trascorsa al lavoro e poi nel traffico per tornare a casa. Una volta a casa, mi sentivo sopraffatta dalle altre attività da svolgere (cucinare, lavare i piatti eccetera), oltre che dalla fame biologica che spesso avvertivo. La fame della mia pancia e la fame delle emozioni creavano a volte un miscuglio deleterio, che mi portava a mangiare senza piacere, ma solo per mettere a tacere quella pesantezza che sentivo dentro, rovinando fra l’altro anche il momento della cena.
Dopo un’abbuffata mi capitava di sentirmi sfinita, di avere solo voglia di sdraiarmi, di non avere più energie per fare qualcosa di positivo (come ad esempio un po’ di movimento).

Ognuno di noi ha la possibilità di fermarsi un attimo e rattristarsi, se ne sente il bisogno, oppure di piangere o di sentire la rabbia che scorre nelle vene.

Qualche consiglio pratico


Passioni


Come ho scritto varie volte (anche qui), secondo me alcune possibilità che abbiamo per ridurre la perdita di controllo sul cibo sono la scrittura, il disegno, il canto, il ballo, lo sport e tutte quelle attività gratificanti e benefiche che sono faticose ma allo stesso tempo ci donano energia nuova.

Ritrovare il piacere di cucinare


Sentire il profumo, ricercare nuove ricette, variare e introdurre tanti cibi che ci piacciono e ci mettono di buon umore aiuta tanto a far pace con il cibo.

Reintrodurre i cibi che giudichiamo come nocivi


Un altro modo per intraprendere un percorso di equilibrio è ritrovare il piacere nel cibo stesso e nella vita in generale. Si possono ad esempio fare due liste di cibi, una con tutto ciò che ci piace ma che riteniamo nocivo e una con tutto ciò che ci piace e che riteniamo sano. Poi si può iniziare a introdurre questi alimenti gradualmente, inserendo sia gli uni che gli altri, con equilibrio.

Fare un percorso con una dietista olistica


Esistono vari percorsi, anche online. Ad esempio io ho intrapreso e mi sento di consigliare il percorso con Martina Pellegrini.

E voi? Avete dei modi per esprimere queste emozioni senza tentare di cacciarle via?

Se vi va, rispondete al mio sondaggio!

Quali motivi ti spingono a perdere il controllo con il cibo?
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9 azioni per ridurre la plastica

9 azioni per ridurre la plastica

Chiunque stia cercando, nel suo piccolo, di fare la propria parte per rispettare il pianeta, si sarà certo chiesto quali azioni possano essere sostituite da altre. Io qui ho ne ho elencate 9.

Borraccia, brocca filtrante, filtro per il rubinetto e Case dell’Acqua



Quando si è in giro non è facile trovare delle fontane di acqua potabile, soprattutto se il viaggio si protrae per vari giorni. Ci sono comunque dei siti (come ad esempio Fontanelle.org) che segnalano la presenza di fontane cittadine. Per viaggi brevi invece basta riempirsi la propria borraccia in casa.


Quando dalla collina mi sono trasferita in città, uno dei miei “drammi da ambientalista” è stato quello di trovare un’acqua del rubinetto molto calcarea e dal sapore decisamente troppo forte. L’acqua che arriva nelle case subisce numerosi controlli, perciò è sicura, nonostante la questione rimanga ugualmente controversa a causa delle tubature spesso vecchie delle abitazioni (ma chiaramente ogni situazione è differente).

Ciò che sappiamo è che i filtri permettono di eliminare il cloro e l’eccesso di calcare, migliorando il sapore dell’acqua. Per ridurre il cloro, tuttavia, basterebbe anche solo lasciare l’acqua decantare per un po’. Per un approfondimento, lascio qui un articolo pubblicato dal sito laleggepertutti.it
In ogni caso sarebbe ideale scegliere un filtro che non depauperi troppo l’acqua dei suoi minerali (come calcio e magnesio, molto importanti per la salute).

Anche le Case dell’Acqua sono molto utili, anche se per procurarsi abbastanza acqua di solito è necessario tornarci più volte in una settimana (oltre al fatto che non tutti i quartieri ne sono dotati).

Oggetti riutilizzabili



Piatti, posate, bicchieri di plastica monouso sono proprio da evitare (dal gennaio 2022 sono stati messi al bando, nonostante sia stato ovviamente consentito l’esaurimento delle scorte). In alcuni casi possiamo usare le alternative biodegradabili ma, per evitare troppi rifiuti, sarebbe meglio utilizzare il più possibile le normali stoviglie lavabili. Non tutti hanno la lavastoviglie, il tempo o la pazienza di lavare tutto a mano, tuttavia utilizzare il meno possibile oggetti monouso è una regola che personalmente seguo il più possibile.

Riutilizzare i guanti e le buste per i prodotti sfusi



Riutilizzare più volte lo stesso guanto per i prodotti sfusi del supermercato e riutilizzare la busta biodegradabile (ad esempio per la raccolta dell’umido o dell’indifferenziato).



Prodotti con certificazione di sostenibilità ambientale invece dei prodotti con sostanze nocive



Purtroppo troviamo i derivati della plastica anche nei prodotti per la pulizia della casa, nei saponi e negli shampoo. Per questo motivo sarebbe decisamente utile annotarsi le certificazioni di sostenibilità, che garantiscono che nel prodotto non siano presenti derivati della plastica (come ad esempio la paraffina) o altre sostanze nocive. Conviene scriversele e tenerle sempre a portata di mano, così come sarebbe bene scriversi gli ingredienti da evitare al supermercato (ricordarseli tutti è piuttosto arduo, qui trovate una lista). Questo è l’unico modo per evitare di farsi abbindolare dal “greenwashing”, ovvero la strategia di utilizzare termini, colori (spesso il verde) e descrizioni sui prodotti che danno l’illusione della sostenibilità, ma che in realtà hanno ben poco di naturale.

Più vestiti di tessuto naturale e meno vestiti di tessuto sintetico



Ricordo ancora il mio senso di impotenza quando ho scoperto che, lavando i vestiti, questi rilasciano le microplastiche…Chiaramente se lo avessi scoperto prima, avrei negli anni comprato molti meno vestiti che le rilasciano, ma purtroppo l’ho scoperto solo qualche anno fa. Purtroppo non solo i tessuti sintetici, ma anche i tessuti misti o di derivazione naturale possono rilasciare queste sostanze nell’acqua, visto che durante i processi di produzione vengono applicate sostanze che hanno lo scopo di fornire al materiale tessile alcune caratteristiche come ad esempio il ritardo alla fiamma e l’idrorepellenza.

Ovviamente non dobbiamo buttar via i vestiti che già abbiamo. Se dovesse essere necessario qualche altro acquisto, tuttavia, il Pianeta ringrazierebbe se comprassimo vestiti prodotti da aziende sostenibili certificate, meglio ancora se di seconda mano.
Unico neo? Non si trova sempre quello che desideriamo e a cui ci ha abituati la fast fashion (parlo di Wish, Shein eccetera).

In ogni caso, è sempre meglio comprare un capo usato rispetto a uno nuovo, anche nel caso in cui sia stato prodotto con tessuti che, ahimè, rilasciano microplastiche. Esistono eventualmente dei sacchetti per la lavatrice che filtrano queste microparticelle, impedendone la dispersione nell’acqua.

Se si ha il tempo di farlo, sostituire un cibo già pronto con la versione fatta in casa



Ad esempio, sostituire la pizza pronta permette di evitare la pellicola di plastica sulla pizza e la confezione esterna di cartone. Quando si prepara l’impasto, al posto della pellicola usa e getta si può coprire la ciotola con un canovaccio. Quando si lavora tutto il giorno, spesso non c’è il tempo materiale (oltre alle energie mentali) per farlo così spesso, però se riuscissimo a preparare anche solo una ricetta alla settimana che ci permetta di non comprare un piatto già pronto (una torta per la colazione, dei biscotti, il pane, la pizza o delle polpette), sul lungo periodo potremmo avere comunque un piccolo risparmio economico, riducendo al tempo stesso gli imballaggi (plastica e non).



Prodotti sfusi il più possibile al posto di quelli confezionati in plastica


Il fattore tempo e quello economico condizionano anche questa scelta, ma anche al supermercato si possono preferire scelte più sostenibili (seppur solitamente più costose) in base al packaging. Meglio la carta (con certificazione FSC, possibilmente), il vetro o la bioplastica rispetto alla plastica e all’alluminio.

Riciclo creativo di prodotti che altrimenti andrebbero nella pattumiera



Ad esempio i vecchi CD musicali possono diventare degli addobbi per l’albero di Natale (magari si possono colorare con dei vecchi smalti o pennarelli indelebili che già avevamo. Inoltre il riciclo creativo non riguarda solo la plastica: i tappi di sughero, per esempio, possono essere utilizzati come profumatori per i cassetti (basta aggiungerci qualche goccia di olio essenziale a scelta).

Portarsi un thermos con caffè, thè o tisana al posto di consumare bevande alla macchinetta, oppure preferire il classico caffè al bar



La pausa con i colleghi in realtà si può fare anche mangiando una mela, l’importante è staccare qualche minuto dal lavoro e fare quattro chiacchiere. Se rinunciare al caffè delle macchinette è troppo difficile, si può comunque scegliere di ridurne il numero: invece di prenderne quattro al giorno, prenderne magari due.

Concludo dicendo che stare attenti a tutto è pressoché impossibile. Si tratta di un percorso in cui è necessario spesso scendere a compromessi. Credo che l’importante sia informarsi e seguire il più possibile i propri valori.

Lascio qui sotto un breve sondaggio, a presto!

Il cambiamento climatico
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Chiara

Come godersi la primavera

Come godersi la primavera

Simbolicamente, la primavera ha sempre rappresentato per me un risveglio di tipo psicosomatico. Per quanto il mese di marzo sia variabile e soggetto a sbalzi di temperature, è il mese che dà inizio al risveglio della natura.
Si ha più voglia generalmente di uscire di casa e di andare al parco o nel bosco e in questo periodo ho sempre avvertito il desiderio di rigenerarmi anche a livello fisico, dato che il corpo è connesso con la mente.

Condivido 5 consigli che tutti gli anni mi aiutano a vivere al massimo la primavera.

Scrivere


Scrivere ha un effetto terapeutico, dona chiarezza e alleggerisce la mente dai pensieri (ne ho parlato anche qui). É indicato soprattutto per quelle persone che pensano troppo e agiscono poco, per sbloccare la loro energia. Ho trovato anche molto utile il fatto di annotare i sogni fatti durante la notte: inizialmente sembra che non abbiano nessun senso, ma in realtà il nostro inconscio ci sta comunicando qualcosa attraverso dei simboli. Cerco di annotarli il prima possibile dopo essermi svegliata, dato che poi la mente cosciente tende a dimenticarli in fretta. Ascolto le emozioni prevalenti legate al sogno (come gioia, ansia, paura), poi rileggo e aspetto passivamente delle libere associazioni (ricordi, pensieri). Infine, dopo un certo periodo di tempo, torno a leggere più sogni, per capire se esista un filo conduttore. Non sono tanto importanti le persone conosciute che sogniamo, quanto piuttosto il simbolo che rappresentano nel sogno.

Depurazione del fegato


Il fegato è una ghiandola che, tra le varie funzioni, filtra le tossine presenti nel nostro corpo. Oltre ad aumentare e variare il consumo di verdure e frutta di stagione, anche alcune erbe possono aiutarci. In primavera, passeggiando per i prati, è possibile imbattersi ad esempio nel tarassaco, che ha importanti proprietà drenanti e disintossicanti e il suo colore giallo inoltre mette davvero di buon umore. Alleggerendo il fegato dalle tossine, si avrà un beneficio a livello fisico e mentale. Qui potete trovare il link del sito di un bravo naturopata col quale ho avuto il piacere di fare un percorso. Altre piante amiche del fegato sono il carciofo e il cardo mariano.

Il piacere del cibo


Se poco fa ho parlato di aiutare il fegato a filtrare le tossine per sentirsi più leggeri, personalmente non consiglio di cadere nella trappola della privazione e dell’ansia legata alle tossine. Confesso di esserci caduta anche io, ma posso dire che la salute non dipende interamente dalla nostra alimentazione, dato che i fattori che la influenzano sono davvero tanti. Ecco perché, dopo aver fatto un percorso sull’ alimentazione intuitiva (se vi interessa, lascio il link qui, le consulenze sono online e rivolte alle donne), ho finalmente compreso quanto il piacere possa farci bene. Mangiare con piacere tutti i giorni, sperimentare nuovi cibi e bilanciare la dieta ha davvero un effetto benefico. Il cibo rappresenta anche un canale attraverso il quale soddisfare dei bisogni e, se ci sono squilibri con il cibo, molto probabilmente sono presenti dei bisogni a livello emotivo che non stiamo ascoltando. La primavera può rappresentare sicuramente un buon inizio per imparare ad ascoltarsi (molti di noi hanno disimparato).

Oli essenziali


Non è che siano il rimedio miracoloso a tutti i mali, ma per me rappresentano un validissimo aiuto per migliorare quei piccoli disturbi che a volte mi affliggono. Ogni olio essenziale ha delle diverse proprietà. L’importante, per trarne beneficio, è che siano puri al 100%, meglio ancora se adatti per l’uso interno (vanno sempre diluiti, sia per l’uso interno che esterno, in un olio o in un liquido, trovate più informazioni dettagliate ad esempio in questo libro e sul sito https://www.cure-naturali.it/enciclopedia-naturale/rimedi-naturali/oli-essenziali/olii-essenziali.html)

Gli oli che io uso spesso sono:
Tea tree – antifungino, antibatterico
Menta – energizzante, rivitalizzante
Lavanda – calmante, rilassante
Limone – detossinante, migliora memoria e umore
Salvia sclarea – utile per aiutare a calmare i dolori mestruali e per la fatica mentale
Rosmarino – digestivo, migliora la concentrazione

Rilassarsi grazie al potere terapeutico della musica


Createvi una playlist personalizzata che includa tutte le canzoni che sono un balsamo per l’anima. Ci sono varie tipologie di playlist: da quelle allegre per ballare, a quelle da cantare o con cui rilassarsi totalmente, magari visualizzando delle immagini. Se piacciono, ci sono delle meditazioni guidate molto rilassanti che mettono di buon umore (ad esempio questa).

Il valore della qualità del tempo rispetto alla quantità


Mi sono accorta che, anche nelle lunghe giornate lavorative fatte di fretta e ansia, ritagliarmi anche solo cinque minuti in cui stare fuori al sole osservando gli alberi che fioriscono, ha un effetto benefico duraturo, nonostante le giornate lavorative siano di ben otto ore e le mie pause siano di 10 minuti (quando va bene). Questo vuol dire che dobbiamo rassegnarci a svolgere per sempre un lavoro che non ci piace? No, i sogni (che siano lavorativi o al di fuori del lavoro) sono fondamentali per donarci energia, tuttavia non si cambia la vita dall’oggi al domani. Sicuramente è più saggio cercare di vivere al meglio una situazione scomoda, piuttosto che pensare che “tanto ormai il mio lavoro mi fa schifo, a che serve fare una misera pausa?”. In generale la primavera è, insieme all’autunno, la stagione perfetta per stare fuori e godersi lo spettacolo della natura, quindi perché non approfittare di questa piccola grande gioia?

Quali sono le attività che amate fare in primavera?

Chiara

Madri e no.

Madri e no.

Sembra che la vita di coppia sia scandita da eventi ben precisi. Si va a convivere o ci si sposa, poi dopo qualche tempo si decide di dar vita a un altro essere umano, che ameremo visceralmente, a cui insegneremo tutto ciò che sappiamo della vita.

Ma deve essere così per tutti?

Ho da poco letto il libro “Madri e no. Ragioni e percorsi di non maternità” di Flavia Gasperetti. Leggendo alcuni dei suoi capitoli mi sono venute in mente molte riflessioni sull’idea che abbiamo della maternità.

Perché non ne senti il bisogno?

Ho conosciuto tante ragazze che, fin da adolescenti, sognavano un giorno di avere una famiglia. Non si sono mai poste la domanda: “Perché voglio figli?”.

Per altre invece è vero il contrario. Non ne hanno mai sentito il desiderio, eppure avranno certamente incontrato persone che implicitamente avranno chiesto loro: “Perché non ne senti il bisogno?”. Dico implicitamente, perché anche senza porre direttamente questa domanda, alcune affermazioni o domande retoriche hanno lo scopo di sminuire l’idea di non avere figli, o di renderla non credibile.

“Cambierai idea, vedrai!”
“I figli sono la cosa più bella!”
“Altrimenti che viviamo a fare?”
“E quindi cosa pensi di costruire nella tua vita?”
“Se non hai figli, non puoi capire cosa sia la stanchezza.”
“Tu non sei madre, non puoi capire.”
“I figli sono tutto.”
“I figli sono il sogno di ogni donna.”
“Che tristezza, una coppia senza figli…”
“Quella è una zitella.”
“Rimarrai da sola…e poi da vecchia chi ci sarà ad accudirti?”
“Poi te ne penti.”
“I figli è meglio farli da giovani!”

Alcune coppie arrivano a separarsi, prendendo due strade diverse, perché uno dei due ha in mente il progetto di creare una famiglia, mentre l’altro si sente già appagato e non ne sente il desiderio.

E se non cambiassi idea? La storia dell’orologio biologico

Certo, magari alcune cominciano a sentire il desiderio più avanti con l’età. Eppure certe donne non lo sentono mai. Come si spiega? Hanno forse qualcosa che non va?

L’orologio biologico è una semplice metafora della fecondità femminile, divenuta molto popolare dagli anni ’80 in poi. Inizialmente non è stata una rivista scientifica o un medico a dare al termine il significato che conosciamo, ma un giornalista, Richard Cohen, in un articolo pubblicato nel 1978.

Fino ad allora l’orologio biologico era stato un termine relativo ai ritmi circadiani dell’essere umano, mentre al giorno d’oggi sta spopolando nel nostro immaginario collettivo, dopo aver trovato una prima legittimazione in uno studio scientifico del 1982, che innanzitutto era finanziato da una federazione di centri per la fecondazione artificiale, che aveva preso un campione molto ristretto (circa 2,000 donne che, a causa della sterilità dei propri compagni, avevano provato l’ inseminazione assistita).

Dal punto di vista scientifico non è possibile ricondurre la difficoltà a restare incinta soltanto all’età avanzata delle madri, poiché sono tanti i fattori che incidono sulla fertilità. Tuttavia, quasi sempre la pressione viene scaricata soltanto sulle donne, poiché responsabili di “non averci pensato prima”: abbiamo tutte presente l’immagine dell’orologio che rintocca e che ci spinge a provare ad avere un figlio in tutti i modi. Alcune donne arrivano a sentirsi meno donne, se il figlio non arriva; alcune vivono un periodo di forte stress e mettono al centro del loro mondo la speranza di una gravidanza.

“E quindi quando lo fate un figlio?” (cit.)

I lati meravigliosi della maternità.

Se non tutte vogliamo essere madri, certamente tutte siamo figlie. Quando penso a una madre (o a un padre), mi vengono in mente l’accoglienza, l’affetto, la protezione. Credo che il fatto stesso di concepire e dare vita a un essere umano sia un’esperienza meravigliosa della natura. Veder crescere il proprio figlio o figlia è una bella avventura, fatta sia di sacrifici che di gioie.

Molte persone non riescono infatti a immaginare un futuro senza almeno un figlio; molti affermano che si sentono vuoti, incompleti, alla sola idea di non averne. Il fatto di poter accompagnare un figlio durante la sua crescita, di insegnargli tutto, di trascorrere del tempo insieme, di spronarlo a dare il meglio di sé, di amarlo incondizionatamente riempie di gioia la maggior parte di noi.

I lati oscuri della maternità.

Ho avuto modo di capire che la maggior parte delle donne prima o poi sente il desiderio di concepire e mettere al mondo un figlio.

Conosco donne che, organizzandosi, sono riuscite a tirare avanti tutto: vita di coppia, lavoro, crescita dei figli, passatempi, tempo libero.

Una di queste mi ha spiegato che per lei avere un figlio significava aver trovato lo scopo della vita.

Spesso ci focalizziamo sul lato meraviglioso della genitorialità: sulla tenerezza.
Solitamente, quando le persone pensano ai figli, non riflettono sul periodo in cui potrebbero essere svegliati di notte quattro volte in due ore; non pensano al fatto che, soprattutto per la donna, le giornate dei primi mesi di vita voleranno via tra poppate e cambi di pannolini; non pensano al fatto che il corpo potrebbe subire dei cambiamenti, così come il desiderio sessuale e la vita di coppia.
Per amore questo si può certamente fare e prima o poi si creerà un nuovo equilibrio.

Quello che voglio dire è che trovo sbagliato far passare il messaggio che la maternità sia un perfetto stato di grazia composto soltanto da gioia e tenerezza. Molti romanzi e molti film non approfondiscono i cosiddetti lati ombra, che invece dovremmo conoscere tutti.

Silvia Abrami ne ha parlato molto dettagliatamente in un suo articolo:
https://www.silviaabrami.it/consapevolezza/gravidanza-ombra/

Inoltre, i figli non sono pupazzi. Non servono per colmare un vuoto affettivo, non servono per compiere ciò che noi non siamo riusciti a realizzare.

Leggo in un forum:
“Da quando ho avuto i miei figli ho rinunciato ai miei passatempi, al lavoro e al tempo libero. Eppure mi sento la donna più felice del mondo quando uno di loro mi guarda e mi dice che mi ama”.

Certo, lo posso capire. Tuttavia posso capire molto bene anche chi non se la sente di mettere al mondo un altro essere umano, con tutte le responsabilità che questo comporta.

In conclusione

Come già scritto, questa mia riflessione è nata dalla lettura del libro di Flavia Gasperetti.

Le domande che mi pongo sono:
I figli sono lo scopo ultimo della nostra vita?
Senza figli siamo incompleti?

Quale motivo vi spingerebbe a desiderare un figlio?
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La vendetta di Shakira

La vendetta di Shakira

La vendetta di Shakira sembra aver creato molto scalpore nella comunità social.
Molti hanno espresso la propria opinione, ed ecco la mia.

Il paragone con le altre

In una delle sue recenti canzoni, Shakira esprime tutta la sua rabbia, arrivando a paragonarsi con una Ferrari, a cui l’ex compagno avrebbe preferito una semplice Twingo.

A me questo paragone tra automobili ha fatto storcere il naso.

Sarebbe come a dire che lui è un cretino perché ha preferito una persona di poco valore rispetto a una che valeva di più: così viene alimentato il solito stereotipo delle donne che si paragonano le une alle altre, utilizzando come metro di paragone il proprio corpo o il proprio successo.

Alcuni hanno interpretato il paragone come se fosse riferito al valore globale della persona anziché all’estetica. In ogni caso, si tratterebbe comunque di una competizione che mira a screditare l’altra persona che, in effetti, ha agito alle sue spalle, ma non aveva nessun vincolo di fedeltà nei suoi confronti (diversamente dal suo ex compagno).

Comprendo la rabbia della cantante e capisco bene la sua voglia di rivalsa. Essere traditi, essere pugnalati alle spalle farebbe soffrire chiunque. Ma perché paragonarsi all’altra?

Certo, non ci aspettiamo che provi stima per quella ragazza, ma neanche che la sminuisca e la paragoni a un’automobile.

Vendetta

La vendetta è un danno materiale o morale per rifarsi di un’offesa ricevuta.

A molte persone la vendetta piace, così come assistere alle competizioni.

Darsi importanza, far valere i propri diritti, “cantarne quattro” a chi si è preso gioco di noi può essere giusto e liberatorio.

Dove sta qui la linea sottile tra prendersi una rivincita e vendicarsi? Forse sta proprio nel descrivere ciò che abbiamo subito senza scadere nelle offese e nella competizione.

Affrontare la fine di un amore

Questa vicenda mi ha fatto pensare a quanto possa essere difficile affrontare un tradimento (in amore, in amicizia, in famiglia). Essere lasciati non piace a nessuno. Fa male, ci ferisce e in alcuni casi risveglia ferite profonde risalenti addirittura all’infanzia.

Eppure, quando qualcuno ci lascia, spesso nella relazione c’era già qualcosa che non andava. Forse lo si era volutamente ignorato, per evitare di prendersi la responsabilità di affrontare la crisi, oppure ci si era concentrati su altre questioni, convincendosi che in futuro le cose si sarebbero risolte da sole; magari si era perso il contatto con l’altra persona e l’intimità, intesa come vicinanza psicologica, l’andare nella stessa direzione.

Forse non c’è un modo indolore di lasciarsi, però la trasparenza e la comunicazione aiutano a prevedere e ad affrontare eventuali crisi che potrebbero portare alla separazione. A volte la trasparenza manca da una parte o da ambo le parti.

Un amore che finisce rappresenta una grande perdita. Si era creata un’identità di coppia che cade in mille pezzi, vengono a mancare tutti i momenti vissuti insieme, il linguaggio particolare della coppia, la quotidianità, i pasti e le attività condivise. Provare rabbia e incredulità fa parte del processo. Per approfondire, qui c’è un articolo molto interessante scritto dallo psicologo Matteo Agostini.

Per concludere, comprendo il dolore di Shakira, il suo desiderio di rivalsa. Non mi sento nessuno per giudicarla come persona, poiché tutti siamo umani e ognuno di noi ha un modo diverso di affrontare il dolore.

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